BREVI CENNI SU MEDMA
(a cura del prof. Giovanni Gangemi)

Alla fine del VII sec. a. C. i coloni di Locri Epizefiri, arrivati sulla collina di Rosarno, trovarono in loco una popolazione indigena, di stirpe indoeuropea, e da questa trassero e riconfermarono alla città da loro stessi rifondata il nome Medma che, in lingua indigena, significa “fiume e città di confine”. Di Medma ci danno notizia vari autori. Ecateo, riportato da Stefano Bizantino, la ricorda come città consacrata alla ninfa Medma.

Strabone (VI, I, 5) ne parla insieme ad Hipponion (oggi Vibo Valentia) come di città omonima ad una grande fonte.

Lo Pseudo Scimno scrive che i Locresi conquistarono Hipponion e Medma.

Tucidide narra che i Locresi stipularono, nel 422, un accordo con l’ateniese Feace mentre erano in guerra con gli Hipponiati e i Medmei, confinanti e coloni della stessa Locri. Diodoro Sicuro narra che Medma subì una prima distruzione nel 396 a. C. ad opera di Dionigi, tiranno di Siracusa, il quale, chiamato in aiuto dai Locresi di Locri Epizefiri, fece prigionieri quattromila Medmei destinati a popolare Zancle l’odierna Messina.

In questo contesto, non possiamo fare a meno di ricordare che l’unico Medmeo antico, di cui conosciamo il nome è Filippo di Medma, “detto poi di Opunte, che ad Atene fu discepolo di Socrate e poi di Platone, editore delle Leggi e autore, oltre che di numerose opere matematiche, astronomiche, ottiche, meteorologiche, fisiche ed etiche, anche - almeno secondo Diogene Laerzio (III, 25, 37) - dell’Epinomide platonico” come scrive Salvatore Settis in Bellerofonte a Medma.

Alla caduta anche se non definitiva della signoria siracusana, nel 356, i Brezi insieme con i Lucani occuparono le città italiote della Magna Grecia. Probabilmente anche Medma fu occupata come testimonierebbero alcune monete bruzie rinvenute proprio a Rosarno. Il predominio bruzio sarebbe durato con qualche breve interruzione dovuta ad Alessandro il Molosso e poi ad Agatocle di Siracusa, fino all’età romana”, così scrive G. Valarioti in Medma-Rosarno. Una problematica archeologica, topografica e storica (1978).

Alla fine e alla scomparsa definitiva di Medma hanno contribuito non solo l’occupazione dei Romani, durante la seconda guerra punica, ma anche i disastrosi terremoti e il cambiamento del clima che divenne favorevole all’attecchimento della malaria, la quale fu una vera e propria catastrofe per Medma prima e per Rosarno poi.

Nel secolo scorso, a Rosarno eseguirono numerosi scavi archeologici il conte vibonese Vito Capialbi, il vescovo di Mileto Mons. Filippo Mincione e gli antiquari tedeschi Merz e Major di Taormina.

Oltre agli archeologi citati, all’inizio di questo secolo, negli anni 1912, 1913 e 1914, l’archeologo roveretano Paolo Orsi, Soprintendente della Sicilia orientale e della Calabria e Lucania, conduce due distinte campagne di scavo nel territorio di Rosarno, su Pian delle Vigne prima e sulle colline di Nolio-Carozzo dopo.

In tempi più recenti altri archeologi scavano a Rosarno. In ordine di tempo ricordiamo: Paolo Enrico Arias, Salvatore Settis, Claudio Sabbione, Maurizio Paoletti, Maria Teresa Iannelli, Maria Cecilia Parra, Simonetta Segenni, Rossella Agostino, Alfonso Pietro, Maria D’Andrea, Anna Rotella e Marilena Meliadò.

Scavi sistematici, dunque, sono intrapresi da Paolo Orsi a partire dal 1912, in séguito alle segnalazioni di continui e ricchi ritrovamenti avvenuti a Rosarno, nel corso di scavi clandestini che avvenivano ormai da oltre cinquant'anni.

Il materiale rinvenuto era costituito soprattutto da piccole terrecotte,

che erano vendute clandestinamente, tacendone la provenienza dall’oscura Rosarno ed attribuendole invece a più famose colonie magnogreche; una gran quantità di materiale è così disperso tra le collezioni private ed i Musei di tutto il mondo.

In una prima fortunata campagna di scavi fra il giugno del 1912 e l’inverno del 1913, Paolo Orsi continua a portare alla luce frammenti dello stesso genere, in quantità enormi che ammontano ora a migliaia di pezzi e tutti provenienti da una grande fossa rinvenuta nella proprietà Naso, evidentemente una “favissa” dove venivano ammassati gli ex-voto.

Questa “favissa” era in località Calderazzo e ad essa l’Orsi dedicò grande attenzione. La fossa, di forma ellittica, era lunga 33 metri, larga 3,50 e profonda da 2 a 3 metri; non presentava

all’interno nessuna forma di rivestimento, ma il suo taglio appariva chiaro nel terreno vergine.

La “favissa” era piena di una quantità enorme di statuette, di vasi e di vasetti fittili, in frammenti e non, di alcuni pezzi in bronzo ed in metalli pregiati, di pezzetti di terrecotte architettoniche, testimonianze tutte del VI e V sec. a. C.

Nel 1914, in una seconda fortunata campagna di scavi, Paolo Orsi, coadiuvato anche questa volta dal prof. Rosario Carta, esplorando in contrada Testa dell’Acqua, in agro di Rosarno, nella proprietà di Giovanni Gangemi, la necropoli di Nolio-Carozzo, che distava dall’antica Medma, due chilometri circa in linea d’area, portò alla luce ben 86 sepolcri.

Nella stessa campagna di scavi, il grande archeologo roveretano, in contrada S. Anna del pianocolle di Rosarno, nella vigna della signora Pasqualina Paparatti moglie del sig. Luigi Giordano, scavò una nuova grande fossa, anch’essa di forma ellittica (m. 25 di lunghezza per m. 7 di larghezza e profonda da 2 a 3 metri, con direzione NNW-SSE), portando alla luce cinquanta figurine complete e 101 teste di cavallucci di terracotta e tanto altro materiale fittile di inestimabile valore storico e artistico.

Vogliamo ora ricordare che la ceramica di Medma-Rosarno è chiaramente identificabile. Infatti la coroplastica medmea è plasmata con terracotta rosso-arancione, rosso-bruno, a seconda della cottura e con una considerevole presenza di impurità. L’impasto, per l’alto contenuto di sabbia, è molto screpoloso e di grana grossa; presenta inoltre un’alta percentuale di ossido di alluminio e ferro (31,97%) ed una quantità di lamelle di mica che gli danno un caratteristico scintillio. Queste caratteristiche sono la fortuna delle terrecotte di Medma, perché si fanno subito riconoscere per via della qualità e del colore dell’argilla, che è come dire il sigillo di Limoges o di Capodimonte.

I reperti archeologici di Medma si trovano soprattutto nei Musei di Reggio Calabria, Vibo Valentia, Siracusa, Palermo, Napoli, Taranto, Padova e nel castello di Maniace dei duchi Nelson di Bronte. Ci sono, inoltre, dei nuclei in svariati Musei del mondo: New-York, Londra, Parigi, Basilea, Ginevra, Bonn, Sydney e nel castello di Fulda del principe d’Assia. C’è molta altra roba anche a Rovereto proveniente dalla collezione di Paolo Orsi.

Materiale disperso che, per arrivare ad esempio da Rosarno a Basilea, chi sa quanti passaggi di mano fa. E’ ovvio che tutte le eventuali notizie sul rinvenimento, sul luogo e sulle associazioni si perdono completamente per strada. Un pezzo, una volta giunto in un Museo qualunque, diventa interessante dal punto di vista della Storia dell’Arte, ma non sempre dal punto di vista storico e topografico.

Dell’abitato antico di Medma sono noti: tratti di mura; due segmenti di strade pavimentate con basoli; resti di alcuni edifici privati; documentazione di pozzi e fornaci; la stipe votiva di località Calderazzo; la stipe votiva di località S. Anna; i muri del temenos di un’area sacra venuti alla luce nel cortile del mattatoio comunale, sito in via Ceramidio; e le necropoli di Nolio-Carozzo e Gallo.

Delle strutture pubbliche non è possibile dire nulla, a causa della ridottissima documentazione, dovuta ad una incontrollata espansione edilizia che, probabilmente, ha coperto le tracce dell’antico impianto urbano. L’impianto urbano di Medma era organizzato in maniera regolare, con assi stradali rettilinei e perpendicolari tra di loro; presto sarà fruibile nei pressi dell’attuale cimitero, un’arteria stradale antica, accuratamente lastricata con grossi ciottoli, che non trova confronti nella tecnica di fabbricazione adoperata nelle strade delle altre città greche dell’Italia meridionale e della Sicilia

L’orientamento delle strutture degli edifici di abitazione venute alla luce, deviato di circa 20 gradi verso Est rispetto al Nord astronomico, testimonia un preciso ordinamento della città. Gli edifici di Medma ripetono il tipo consueto in quest’epoca: planimetria rettangolare, con vani disposti intorno, o in rapporto, ad una corte. Molto numerosi sono i pozzi e le fornaci”.

Di grande interesse anche la necropoli di Medma, ubicata a Sud dell’altipiano del fiume Mésima, sulla vicina collinetta di Nolio-Carozzo, ora tutta coltivata ad aranceti, che costituisce uno dei più suggestivi scorci della città antica, immersa nel paesaggio tipico dell’agrumeto calabrese.

I Medmei erano soliti seppellire i loro defunti sia col rito dell’inumazione che con quello dell’incinerazione. Di recente la Soprintendenza Archeologica della Calabria ha effettuato lo studio dei reperti botanici rinvenuti soprattutto nelle tombe ad incinerazione; si è evidenziato l’utilizzo di diverse specie legnose: olivo, quercia, faggio, leccio, ecc.; di semi vari: frumento ed orzo; di frutta: fichi, uva, mandorle; insomma si sono potuti ricostruire sia il paesaggio agrario antico oltre che le abitudini alimentari dei Greci di Medma”.



Visita l'Antiquarium

   







Home ] [ Normativa ] [ Certificazioni ] [ Servizi & Uffici ] [ Comunicazioni ] [ Eventi ] [ Mediateca ] [ Informapiana ] [ Medma ] [ Economia ] [ Pubblicazioni ] [ Intranet ]

Sito realizzato dalla: Matema s.n.c.
Copyright © 2000 Comune di Rosarno - Tel. 09667101 - Fax 0966780042
Responsabile del servizio: dott. Francesco Consiglio